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Il paradosso del calcio italiano: protagonisti in Europa comparse in patria

Il paradosso del calcio italiano: protagonisti in Europa comparse in patria

di Giacomo Trivellato, studente della Masterclass in Giornalismo Sportivo - 07/05/2025
Il paradosso del calcio italiano: protagonisti in Europa comparse in patria

Ma sta veramente andando tutto a rotoli? Questa è una domanda che si porrebbe una persona, se si dovesse approcciare per la prima volta al calcio italiano. Domanda più che legittima, dato che negli ultimi due anni sono state raggiunte 5 finali europee, di cui la vittoria dell’Atalanta dell’Europa League e il raggiungimento del posto extra destinato alla Uefa Champions League nella passata stagione. Anche quest'anno viaggiamo sulla falsa riga dato che possiamo vantare: la Fiorentina in semifinale di Conference League e l’Inter semifinalista di Champions League, con i nerazzurri che più di tutti, si stanno dimostrando come un’opera d’arte tattica, un capolavoro alla Canova: precisa ed imponente. Ma quanto può bastare la bellezza, se attorno crollano le fondamenta?

Un punto critico, su tutti è il fattore stadi, modernità e avanguardia sono un miraggio: al momento soltanto 3 società possono esibirsi all’interno di uno stadio di proprietà, per il resto è composto da impianti obsoleti, con transenne e seggiolini rotti, dal sapore d’Italia 90. Il risultato? Ricavi persi e scarsa affluenza, con la media spettatori che si aggira sui 30mila a confronto dei 40mila presenti in Inghilterra e Germania.

Sul piano economico il quadro è ancora più critico, dato che i diritti tv esteri per la serie A raggiungono i 200 milioni di euro contro i 2 miliardi destinati alla Premier League, mancanze economiche che si ripercuotono inevitabilmente sul campo, dove senza risorse ed investimenti, alla lunga pagano dazio le società incaricate della crescita del giovane italiano, non riuscendo così a creare un terreno fertile per la crescita del giocatore e andando così ad emarginare lo sviluppo del ragazzo, costringendolo alla cosiddetta “fuga di cervelli” portando il proprio talento in altri lidi, rendendo il nostro campionato privo di fantasia “made in italy”. In un’intervista al Corriere della Sera, Alessandro Del Piero ha dichiarato: «Oggi la prima richiesta è quella della fisicità. Se un ragazzo non è nato entro marzo, neanche lo guardano», messaggio che fa intendere che una problematica del campionato nostrano sta nelle scuole calcio, dove ormai la maggior parte degli allenatori vive con l’ossessione del risultato, omettendo lo sviluppo della crescita e del talento.

Perciò se in Europa il calcio italiano, sta tornando a fare la sua parte, deve essere in grado di muovere i primi passi anche all’interno dei confini nazionali tramite progettazione a lungo termine, affinché questi traguardi europei non vengano definiti soltanto una parentesi fortunata.


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